Eretici e ribelli

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La strega Matteuccia

Sono passati 585 anni da quando a Todi, il 20 Marzo 1428, una donna di Ripabianca di Deruta, Matteuccia di Francesco, veniva processata dal Tribunale dei Malefici e condannata al rogo dal Capitano Lorenzo de Surdis per stregoneria, sotto il peso di ben trenta capi d’imputazione. I verbali del processo, giunti fino a noi e oggi conservati presso il Fondo Giudiziario dell’Archivio Storico Comunale, riportano con dovizia di particolari gli assurdi motivi per cui la donna fu condannata e la sentenza eseguita. Essi costituiscono un documento storico di eccezionale valore, poiché testimoniano come l’ignoranza popolare di una determinata epoca potesse considerare pericolosi e, addirittura, frutto di un connubio col demonio, rimedi in realtà dovuti alla conoscenza dei poteri curativi di erbe e piante medicinali.

Prescrivendo strani unguenti, singolari ricette gastronomiche e formule magiche non molto dissimili da innocenti filastrocche, sembra che Matteuccia riuscisse a guarire i malati, togliere fatture e malocchi, far rinascere l’amore in innamorati stanchi o delusi. Accusata di aver convinto un uomo alle dipendenze di Braccio da Montone, signore di Perugia e per un breve periodo anche di Todi, a recuperare le carni di un uomo annegato nel Tevere per estrarne un olio che curasse le ferite di un malato, di aver avuto lo stesso Fortebraccio tra i suoi clienti e protettori, di essersi trasformata in una gatta, di aver compiuto un volo magico fino al noce di Benevento a cavallo del demonio nelle sembianze di un capro, e di aver succhiato il sangue di numerosi bambini, venne condannata al rogo. Il processo ha, però, delle caratteristiche molto particolari che lo rendono, agli occhi degli studiosi, il tassello di un progetto più ampio, volto a cancellare l’autonoma signoria di Todi e a restaurare il dominio pontificio di Papa Martino V, da sempre acerrimo nemico del condottiero perugino Braccio.

Jacopone, Bonifacio e la “Cattività Avignonese”

Todi è famosa per aver dato i natali a Jacopo de Benedetti, passato alla storia come Jacopone da Todi. La sua vita si snoda tra storia e leggenda: definito “Il pazzo di Cristo” o “Il giullare di Dio”, è una delle figure più controverse del mondo francescano, di quell’Umbria medievale e dei suoi mistici. Nato intorno al 1230 e morto nel convento di S. Lorenzo, a Collazzone, la notte di Natale dell’anno 1306, egli fu uno dei più celebri poeti medievali italiani del XIII sec., autore di numerose laudi religiose in volgare. 

La leggenda che narra le vicende della vita di Jacopone racconta che, dopo aver studiato legge all’università di Bologna e aver intrapreso la carriera di notaio e procuratore legale, conducendo una vita assai spensierata, nel 1267 sposò Vanna, figlia di Bernardino di Guidone, conte di Coldimezzo. In seguito alla morte della moglie, avvenuta l’anno seguente durante una festa da ballo, a causa del crollo di un pavimento, Jacopo donò tutti i propri averi ai poveri e peregrinò per dieci anni, vivendo di elemosina e di continue umiliazioni. Dal 1278 abbiamo una documentazione, benché esigua, che ci permette di seguire le tracce di Jacopone in modo più preciso: entrato a far parte dell’ordine francescano come frate laico, aderì alla corrente degli Spirituali, che si contrapponeva a quella dei Conventuali per l’estrema e rigorosa interpretazione della regola francescana. Nell’agosto 1294 papa Celestino V riconobbe ufficialmente gli Spirituali come ordine, col nome di “Pauperes heremitae domine Celestini”; pochi mesi dopo, tuttavia, in seguito alla sua abdicazione, il suo successore Benedetto Caetani, salito al soglio pontificio col nome di Bonifacio VIII (colui che indisse, nel febbraio del 1300, il primo Giubileo con la bolla “Antiquorum habet fide relatio”), abrogò le precedenti disposizioni. Se è noto che Jacopone sia stato tra i primi firmatari del “Manifesto di Lunghezza” del 1297, che dichiarava nulla l’abdicazione di Papa Celestino V considerando, pertanto, illegittima l’elezione di Bonifacio, forse non tutti sono a conoscenza del fatto che Jacopo conobbe molto bene Benedetto Caetani, in quanto nipote di quel Pietro Caetani vescovo di Todi che lo tenne con sé, nella cittadina tuderte, sin dall’età di undici anni. Dopo aver scomunicato tutti i firmatari del “Manifesto di Lunghezza”, Bonifacio prese d’assedio e conquistò Palestrina, roccaforte dei dissidenti. Spogliato del saio, Jacopone fu processato e imprigionato nel carcere sotterraneo del convento di S. Fortunato, da cui fu liberato solo nel 1303 per volontà del nuovo papa Benedetto XI. Le sue ossa sono oggi conservate nella cripta sotto l’altare della Chiesa di San Fortunato, in un piccolo monumento posto alla sinistra del mausoleo contenente le spoglie dei Santi protettori della città (Fortunato, Callisto, Cassiano e le SS. Degna e Romana). Il suo ritratto sul muro della cripta fu realizzato da Ferraù da Faenza, mentre in Piazza Umberto I un monumento in suo onore venne eretto nel 1930, a opera del Gemignani, in occasione del settimo centenario della nascita del poeta. Pur non essendo stato compreso dai suoi contemporanei, la battaglia di Jacopone non venne lasciata cadere dal re di Francia Filippo IV il Bello e dai cardinali francesi, intenzionati a condannare come eretica la linea di condotta tenuta da Bonifacio. Per impedire questa gravissima forma di damnatio memoriae la chiesa di Roma, cedendo a un compromesso, nominò Papa il francese Clemente V, lasciando che la sede pontificia fosse trasferita ad Avignone. Fu l’inizio di quella che i manuali di storia ricordano come “Cattività Avignonese” (1309-77).